venerdì 9 ottobre 2009

All'ombra del salice

Eravamo soli, all'ombra del salice piangente. Eravamo io e la mia armonica.
Intonavo una melodia mai scritta, dettata dalla tristezza di un attimo. I pensieri mi assalivano come in punto di morte, pensavo a tutto ed a niente, al più ed al meno, al meglio ed al peggio.

D'un tratto la vidi in lontananza, ricomparve cosi come è sempre stata. La mia vita, con tutte le sue piccole imperfezioni dovute alle compagnie che non ho mai voluto, alle persone con le quali ho finto per ormai troppo tempo di star bene.

Ripongo lo strumento nell'astuccio ed il lettore mp3 mi inizia ad una sorta di viaggio sciamanico nel mondo della musica più tetra.

A volte capita di fermarmi a pensare di non essere compreso, cosi come questa musica.
Poi mi risollevo e dimentico tutto, adopero l'odio come una gomma che cancella la pena.

Suonano gli Opeth, una di quelle canzoni "tutte uguali", ma io la riconosco, è Hessian Peel.
Metto le cuffie ed alzo il volume al massimo. Mi sento a casa.

Sono quasi perso, mi lascio trasportare dalle onde della musica come un naufrago dal mare.
Penso e ripenso, poi aspetto e penso nuovamente. Alla fine dei conti giungo ad una conclusione:
questa gente non è cosi come la vedo. Sono tutti perfettini all'apparenza, le donne sono truccate, gli uomini pieni di gel per capelli, sono vestiti sempre come la moda dice. Quando passo mi guardano quasi con orrore, vedo il disprezzo che mi colpisce come schegge di una granata. Io, vestito sempre di nero, amante della notte e dei cunicoli oscuri. Io, bestia di metallo, che non comprendo "il modo giusto" di vestire, di essere, di ascoltare, di parlare, di fare. Dunque sono io che non vado bene alla società, che sono feccia perchè vesto come piace a me e non come dice qualcun altro, che sono feccia perchè odio, anzi aborro la discoteca, che parlo con un vocabolario ampio ed alle volte arcaico, che amo la solitudine e la riflessione in ogni istante. Non loro, le persone tanto perfette da vestire tutti "secondo legge", che fanno le cose perchè le fa qualcun altro, che pensano con un unico grande cervello collettivo, che lavorano unicamente per poi sperperare senza cognizione, senza un pensiero al futuro, senza sapere nemmeno chi veramente sono e cosa veramente vogliono.

Cogito dunque, nella mia mente contorta, ad una sorta di teatrino con 6 miliardi di attori. Lo guardo dall'esterno perchè non sapendo recitare, sono stato messo da parte.

Recitate, recitate. Tanto prima o poi tutti dobbiamo morire, e quando sarà il mio turno, sarò felice di avere, al contrario vostro, vissuto ogni istante della mia tetra ed emarginata esistenza, mentre voi fingevate di essere cio che non siete mai stati, ed in verità, mai lo sarete.

Ai miei falsi amici

Abito il piu tetro anfratto del vostro peggiore incubo, sono tutta la pena, tutta l'amarezza che reprimete e accumulate ogni singolo giorno, sono una bomba pronta ad esplodere, e quando meno ve lo aspetterete: accadrà... Io rientrerò nella vostra vita, seppur per pochi istanti, devastando tutto ciò che avete costruito, e allora, come fanno tutti..anche voi mi odierete e mi ripudierete.

Solo pochi reggono tale pressione, solo loro si salvano.. Queste persone, io, le chiamo Amici.

Voi invece, fittizia folla di visi conosciuti, rivoltante orgia di mendaci esseri.. Massa senza scopo che mi orbita attorno fingendo di essere parte della mia vita reale.. Voi, ributtanti anime.. Voi mi fate schifo. Ormai è un po' di tempo che ho iniziato ad ordinare le idee per rendermi conto della fugacità dei nostri rapporti. Mi cercate, mi usate, fate di me il vostro giocattolo dei desideri.. E poi, senza nemmeno riflettere, quasi voluttuosamente mi scagliate al suolo, senza curarvi dei miei sentimenti, senza curarvi del giogo che mi costringe a voi... Mi odiate a tal punto da divenire fonte implicita del mio dolore...

Perchè? Perchè, io mi domando...

Per quanto cerchi di essere apprezzato, per quanto cerchi di essere accettato, tutti voi vi fate beffe di me.
Ma io giuro oggi, e gli Dei mi son testimoni, che farò il possibile per scoprire chi di voi si nasconde sotto l'eterea coltre di menzogne, e quando vi troverò.. Giuro che vi pugnalerò laddove mi avete ferito, e lo farò con la stessa violenza, con la stessa cattiveria... Giuro che vi farò pentire di aver tradito la mia fiducia. Lo giuro.
E quando anche voi patirete lo stesso dolore che mi avete inflitto, implorerete di far tacere il mio grido di gelida nemesi, domanderete scuse che non saranno mai accettate, proferirete suppliche che non verranno mai udite. Battendo il pugno al petto, con lo sguardo fiero di chi piangente risorge dalla sconfitta, io vi giuro:

Avrò la mia vendetta.

Amico di me stesso

Immerso nel profondo mare dei pensieri, in una sorta di temporanea apocalisse del tangibile, quando le luci del giorno intraprendono il solito crocevia che distingue la via del dì da quella della notte, raggiunsi una torbida consapevolezza riguardo il mio stato d'essere. L'orologio scandiva i secondi con il solito ticchettio martellante, che se ascoltato ci dirige in trans con una violenza tale da non permetterci difesa alcuna. Ne era complice quel tedioso silenzio, che col passare delle ore divenne come una calda coperta che avvolge le mie sensazioni, i miei stati d'animo, proteggendoli da una vita che ormai non mi appartiene, che è al di fuori della stanza buia, che sembro ormai aver dimenticato.

Il sole è ormai tramontato, l'azzurro del cielo ha lasciato il posto ad una danza di nostalgici colori che come degli schiavi si trascinano dietro le tenebre che pian piano avvolgono la città. Un'ancestrale tristezza pervade il mio inconscio, sento una presenza avvicinarsi, ma in casa sono solo. Chiudo gli occhi e mi rilasso un attimo, il cupo sentimento si accentua senza sosta, resto agonizzante sul letto, volgendo lo sguardo alla finestra. La sento, è arrivata. E' qui vicino a me. Mi fissa costantemente, con sguardo ammonitore... M'incute paura, ma la fisso negli occhi vuoti fino a capire: è lei, è la mia vita. Lei che ha bussato alle porte della mia mente per piu di due ore. Mi ribello, chiamo in soccorso il ticchettio dell'antico arnese che impavido, senza dubitare un'istante, mi scaglia contro mille ed ancora mille rintocchi, portandomi in uno stato di dormi-veglia. Sorrido placidamente senza nemmeno saperlo. Mi rivoleva con se ma la ho sconfitta... Per ora...

Le tenebre mi hanno accolto, mi sento a casa. Esco dalla porta e mi ritrovo in un bosco tetro, non ero a casa, ero in una capanna sul lago. Non so esattamente dove mi trovo, ma non voglio andare via. Scorgo un indomito raggio di luna far breccia tra le nubi e squarciare il buio.

Ma quale sortilega efferatezza può esserci in questo momento?
Mi sento a casa ma non c'è nessuno, mi sento a mio agio ma sono da solo.
Scorgo una figura in lontananza venir giu da una collina. E' un'ombra familiare, quasi informe all'inizio, ma man mano che si lascia alle spalle la distanza, riesco ad intravedere i miei occhi. Sono gelidi, tristi ma gelidi, quasi violenti, di chi guarda con l'assoluta consapevolezza di essere un omicida. Non sono io, non sono cosi. "Vai via!" gli intimo, ma non sembra ascoltarmi, arriva, si fa sempre più grande, ed il suo passo costante ricorda molto lo scoccare dei secondi. Non accenna a fermarsi, arriva d'innanzi a me e si ferma fissandomi col gelo negli occhi.

Guardai giu dalla collina e mi accorsi di uno sguardo spettrale, mi ricordava molto me stesso e decisi di scendere per incontrarlo. Mi faceva quasi pena, lo fissavo, non capivo chi potesse essere. Questo era il mio mondo, mio e soltanto mio. L'avevo creato per rifugiarmici quando ne avevo piu bisogno ma quella presenza quasi spettrale aveva osato violarlo. Con quale diritto poi... Il mio passo costante mi infonde sicurezza, sono certo che riuscirò nel farlo andar via.
Avvicinandomi sempre di piu giunsi alla mia capanna, e li, immobile, mi fissava con uno sguardo pieno di sentimento. Il mio raggio di luna lo abbaglia, lui solleva un braccio per cercare di ripararsi dalla fastidiosa radiazione, e la figura prima immateriale assume una forma ed un colore. Con orrore mi guardo, o meglio, mi scorgo in lui.

"Non puo essere" pensai, portando la mano tra me e la luna...

"Non puo essere" pensai, fissando il mio spaurito riflesso nell'etere...

Ed invece è cosi, io non sono me stesso, sono solo una parte di me: un lato, una facciata.
Inizio lentamente a riprendere coscienza, il lago sparisce, la luna si fa buia, tutto torna nero. L'oscurità si accinge a cancellare quell'ascetico istante in favore di quell'ombra persecutoria che mi segue dal tramonto.

Ebbene si, ne prendo atto, io non sono me stesso. Sono spaccato in due dalla solitudine, dall'amarezza, dalla violenta lotta tra amore ed odio che ogni giorno si combatte in me, tra pace e violenza, tra giusto e sbagliato.
Quella parte di me, cosi piena di sentimento, di carisma mi porta ad amare nel modo più antico e selvaggio.
Quella parte di me, cosi razionale, gelida come il ghiaccio ma allo stesso tempo pura e cristallina come l'acqua di una fonte di montagna, quella parte, mi rende scaltro e perseveratore, è la parte di me che si è generata in seguito alla pena ed al dolore, è quella triste parte di me che è obbligata a farmi da scudo sul mondo esterno, è quella parte di me che combatte e scalpita fino alla morte se necessario.

E dopo la morte una risurrezione la porta a combattere nuovamente.

Io sono cosi, sono come Giano, il Dio bifronte, ho due facce per guardarmi anche alle spalle, due facce distinguibili solo dallo sguardo.

Ma chi? Chi è che ti guarda veramente le spalle se non un amico? Un amico vero, un amico che purtroppo a me manca, un amico che forse non ho mai avuto, e mai potrò avere. E cosi, per una fatale coincidenza, la dualità che è presente nel mio animo, mi rende l'unico amico di cui mi posso fidare, l'unico amico che mi guarda le spalle.

Per questo, in tacito accordo tra me e me, ho deciso tristemente di essere, l'unico amico di me stesso.

Pianto Di Notte

Tiepida Orchestra risuona nell'aere
Canto che il core non piu fai pulsare
Cantico d'Angelo riecheggia per strada
Fiele suonato con plettri di giada

Notte insonne, pianto e tristezza
Sentirti cosi, con tant'amarezza

Cuore di donna che geme nel dolore
Ti sento gridare e non so come fare
Verso una lacrima, immerso tra i versi
Tutti un po' uguali ma altresi diversi

Soffice la pena, grezzo l'ardore
Che soffoca di giorno tutto il dolore
Pian pian si fa dì, tutto si desta
La tristezza sul cuore, come un velo che resta

Pioggia che batti, vento che spiri
Lasciate un consigio, farò che mi guidi
Fuori fa freddo, ma dentro si gela
Persino il mio animo tristezza non vela

Gelido e informe il pianto svanisce
Nel silenzio piu oscuro, tutto finisce

Io e te nuovamente insieme, in quest'attimo fugace

Scorgo, nel grigiume del cielo, una lacrima che cadenzata raggiunge il vetro da cui rimiro la tristezza di questo giorno. Come lei altre dieci, cento, mille e ancora mille d'incanto s'infrangono sotto il mio sguardo.
Rattristato me ne sto li, appollaiato sul davanzale della finestra, ammirando con quanta grazia e compostezza il cielo sa piangere senza emettere un suono. Note di piano, all'orecchio mi fanno rammentare la caducità della mia stessa esistenza.

"Vivere? Morire? No.. Essere."

Essere: null'altro che un desiderio di gioventù che ormai reputo di impossibile attuazione. Ma ormai ciò che è stato fatto non si può più cambiare. Resto attonito nell'intraprendere quella pratica che renderà questo momento immortale nella mia memoria ed eccoti sfiorarmi dolcemente, mi cogli di sorpresa.

Non ti aspettavo, non ti immaginavo neppure.. Dopo anni dalla nostra separazione eccoti nuovamente al mio cospetto. Quante domande vorrei porti, su tutto e su nulla.. Ma so che non potresti rispondermi.. Dopotutto, cara mia, non sei altro che un'immagine astratta di ciò che ho rifiutato anni or sono.. Ricordo ancora quell'istante in cui affogavo nella solitudine di un secondo, mi torturavi.. Amavi portarmi alla mente ricordi scomodi, piacevoli ma tristi, sapendo che avrei finito per accettarli come tali. Ricordi di momenti felici che mi permisero di invidiarmi e di riflettere su ciò che ero e su ciò che ero stato. Mi voltai, e senza pietà la mia mano colpì violentemente il tuo volto. Cadesti al suolo e mi sentii morire. Quella fu la prima volta che ti vidi... Fu anche l'ultima prima di adesso. Che strana coincidenza... So che non potrei riconoscere facce che vedo tutti i giorni.. Ma i tuoi lineamenti li ricordo ancora, sono inconfondibili..
Rancore nei tuoi occhi.... Mi odi..
Con quel gesto ho voluto dannarti, non volevo altro che "essere". "Essere", cosi come tutte le altre persone che vedevo con i miei occhi ancora senza esperienza alcuna.. Un quadro veramente triste era quello in cui loro facevano da protagonisti in un istante di felicità.. Ed io costretto nella solitudine, mi crogiolavo nel fittizio credere di essere come loro.. Sapevo che non era cosi, ma volli mentire a me stesso per proteggermi dal dolore di una vita in eremo.

Se penso ad allora, un cinico sorriso mi si affigge sul viso. Volevo essere come loro, allegre marionette nelle mani del fato. E proprio questo mio desiderio ha fatto si che rinunciassi a te trasformandomi in ciò che sono ora.
Tuttavia, la dannazione che di cui ti ho fatto dono ha danneggiato anche me. Sento ancora il freddo di cadavere nelle notti passate insonni, sento ancora il tuo lamento dietro gli angoli delle strade buie.. A volte accorro, lo ammetto. Ma quando arrivo non ci sei più.

Un fievole, gelido alito di vento sfiora il mio collo.. Non sento i brividi.. La tua dannazione mi ha privato di questa possibilità.. Fortuna? Non direi. Ha lasciato spazio solo ad una cosa: infinita tristezza. Ti ho abbandonata proprio nel momento in cui avrei dovuto stringerti di più. L'egocentrismo di un essere umano ha lasciato il posto ad un ultimo, rauco commento sul dubbio che provai riguardo la tua effettiva utilità per me.

Ferite che non si rimargineranno mai, un vuoto tale da poter quasi desiderare di spegnersi insieme al sole durante il crepuscolo..

Senso d'ira m'invade d'improvviso, uno sputo ti colpisce come un proiettile.
Io ti odio, io ti detesto!
Sparisci..

Ali d'angelo spazzano la pioggia, si spezza con essa la mia grottesca paura di riunirmi a te.

Desidero l'inferno perché ormai, senza te, anch'io sono dannato, e come tale, ho bisogno di soffrire per sentirmi vivo.

E cosi oggi, anima mia.. Io e te nuovamente insieme, in quest'attimo fugace.

Let it hurt

Bitter day of blood and rain,
When darkness doesn't want to leave this reign,
It strongly comes like a knight in the fight,
It dashes like a crow in the crowd.

It enwraps around my body,
It flows through my veins.

Steam in this chamber,
Vacuum elsewhere.

I glazed it, so no one else could see it any more,
But I still wonder how you can do it.

Clock strikes six in the morning, sky is dark yet, old fashioned lamps on the main street light me like admonishing judges sat at court.

Rain stops and disappears, powder raises from nowhere.

Sound of bells rings in the dust, ground quakes. Azure fades from black, I look at it and see the only thing I cannot forget from my youth.

I forsake my sorrow for a while. Hard to believe, but sunrise is one of two things which make me happy.

Black, holy wings of a damned cover me again. The tragical destiny of the one who died for his own will is to taste happiness just once in a thousand years.

...This is it, it comes again...

"Shhhh quiet, quiet..Don't cry..You're just dying..just again."

Wind whispers words of repentance, my black hat flies away. I can feel my hair shakin' in the air. Dark veil descends over me.

It enwraps around my body,
It flows through my veins.

I gave up so many years ago, so nowadays I not even bother.

Don't warry, let it hurt.. I'm used to this.

Sky comes gray, and rain lavishly falls again.

I turn back and start walking over this mud.
I can see a statue gazing at me, I'm sure it wants to kill me, but it's too late, and sneering I disappear.

Cemetery. It's like it was awaiting for me, I look down and have a sigh, then I pass those gates which make me feel home. I close my eyes and walk over the field, then I sadly smile and when I feel the soil becoming soft, I stop. And as I do every time I die, I open my eyes for the last time and see my name on that forgotten grave.


It's time to reach an agreement

I can still remember it.. It was a dark, strange night.. I thought: "It's not possible" and proceeded on my way. I knew that day could be one of my last ones, I knew I was playing Russian roulette with 5 bullets in my 5 bullets drum.

I knew cause I shot myself. Once, twice...and then three, four and five times on. I didn't cry, I didn't shout, I really deserved to do it but the whole moment has been too quick.

I fall on my knees and have my last breath, the strange consciousness of the second is amazingly peaceful..

But why?
Why I have been so stupid to shoot myself? And why, when I randomly shot that first bullet, I tried again..
It was like I liked that idea of playing with my life, well knowing that I was going to certain death.

Bloody rainfall onto my grave, snow melts astonished. I killed my self with my own hands and now the cold rock seems to become a warm, scarlet heart which gathers all the feelings I lost that day.

Glade spoils slowly, fall wants revenge on colour and life.
But there is a place in which autumn already passed and winter reigns undisputed.
That place is hidden but shown,
That place is shown but glazed,
That place is seen but looked through.

Here it is...I am my own mask and you know me just the way I want you to do it.

Tears of death flow over the cheeks..Life ends here.
It's time to say goodbye and let death wrap me in a hug one time more.

I never say people what I want to tell them...I always say them what they want them to be told.
But once I wanted to make a change... And that day I signed a deal with the grim reaper.

But today, it is time to reach an agreement...the only one we can reach...
So I say farewell and let her pass me away.